BUFALE O DISINFORMAZIONE DI REGIME?

L’importanza della verifica

Visto che chiunque può caricare su internet contenuti di qualsiasi tipo ed etichettarli o descriverli come se si riferissero a eventi reali, molti giornalisti, e particolarmente i redattori, temono continuamente di essere vittime di bufale o contenuti falsificati.

È vero che qualcuno cerca espressamente di prendersi beffa delle testate giornalistiche e del pubblico, creando falsi siti o account fittizi su Twitter, alterando le immagini con Photoshop o modificando a piacimento i video. Ben più spesso, però, si tratta di errori involontari. Capita spesso che qualcuno, pensando di essere utile alla causa, trova contenuti relativi a vecchie notizie e li condivide al volo. Nell’esempio qui di seguito, un utente si scusa dopo aver rilanciato su Twitter una foto inviatagli dalla moglie via email: secondo quest’ultima, la foto mostrava il tifone Usagi in avvicinamento verso Hong Kong, ma in realtà si trattava di una vecchia foto relativa a un altro evento.

Ci sono poi individui che scaricano contenuti da YouTube e li ricaricano sui propri account, rivendicandone la proprietà e sollevando così altri problemi. Non si stratta di bufale (è un fenomeno noto come “scrape”), ma ciò comporta maggior lavoro per individuare chi ha effettivamente caricato i contenuti originali.

La difficoltà di trovare il filmato originale è emersa quando la commissione sull’Intelligence del Senato statunitense pubblicò un elenco di 13 video apparsi inizialmente su YouTube e usati come prova dell’uso di armi chimiche a East Gouta, in Siria, nel 2013. Alcuni di questi video erano stati ripresi da un canale siriano su YouTube alquanto noto, che aggregava e ripubblicava i contenuti di canali altrui. Si trattava cioè di un caso di “scrape”, non erano quelli i video originali. Applicando le tecniche di verifica, Félim McMahon di Storyful è poi riuscito a risalire alle versioni originali, descrivendo il procedimento seguito. Quest’esempio conferma il fatto che simili faccende non riguardano più soltanto il mondo dell’informazione.

Controlli di verifica

La verifica delle fonti è una competenza chiave, resa possibile da strumenti online gratuiti e tecniche giornalistiche tradizionali. Nessuna tecnologia può verificare automaticamente i contenuti prodotti dagli utenti con un tasso di sicurezza del 100%. Neppure l’occhio umano e le indagini tradizionali possono riuscirci da soli. Occorre un misto di entrambe le cose.

Quando un giornalista o un operatore umanitario trova certe notizie o contenuti sui social media, oppure gli vengono recapitati via email, deve impegnarsi a identificare quattro elementi primari:

1. Provenienza: trattasi di materiale originale?

2. Fonte: chi lo ha caricato?

3. Data: quando è stato creato?

4. Luogo: dove è stato creato?

1. Provenienza: confermare l’autenticità dei contenuti

Quando si trova materiale su un certo profilo di un social network, bisogna procedere ad alcuni controlli per assicurarsi innanzitutto che si tratta di un profilo vero.

Nel caso di Twitter, facciamo attenzione a siti come lemmetweetthatforyou.com, che rendono facilissimo creare un tweet fittizio da condividere poi come immagine.

Un altro modo per rilanciare una notizia falsa su Twitter è presentandola come un ritweet. Per esempio: «Davvero? [email protected] annuncio il mio ritiro dalla politica» – sembra il semplice ri-tweet di un tweet originale.

Spesso un account falso presenta la spunta blu della verifica ufficiale sulla foto del profilo, onde confermarne la legittimità. Per controllare se la spunta è stata effettivamente inserita dal sistema, basta posizionarvi sopra il cursore e apparirà “account verificato“. Se così non è, si tratta di un account non verificato.

Analogo il sistema introdotto da Facebook rispetto a persone famosi, giornalisti e istituzioni governative, usando lo stesso sistema della spunta blu, che possono apparire sia sulle pagine interne sia su profili personali. Come per Twitter, è Facebook a gestire il processo di verifica e a decidere quali richieste accettare. Per esempio, nella pagina Facebook di Usain Bolt riportata sotto, la spunta blu compare subito sotto la foto di copertina, di fianco al nome dell’utente.

Sui profili personali, la spunta appare invece direttamente sulla foto di copertina.

Questo è il profilo di Liz Heron, responsabile dei media emergenti al Wall Street Journal:

È utile notare che, come già su Twitter, a volte qualcuno aggiunge la spunta blu con Photoshop. Anche su Facebook basta dunque passarvi sopra con il cursore e comparirà la scritta “profilo verificato“, nel caso ciò sia vero.

Ma come accade con Twitter, va tenuto a mente che il processo di verifica degli account non è affatto trasparente. Quindi, nel caso di persone poco famose, non è detto che l’assenza della spunta significhi che il profilo è falso, ma forse soltanto che trattasi di qualcuno non abbastanza famoso per essere verificato.

Eppure, anche a fronte di questi sistemi di verifica ufficiale, non c’è una soluzione veloce per stabilire con certezza se un account è vero o falso, se non quello di controllare scrupolosamente ogni elemento del profilo. I dettagli da tenere d’occhio sono i siti linkati, le località, le foto e i video, gli aggiornamenti di stato oppure i tweet precedenti. Chi sono i follower o gli amici? Quali gli account seguiti? Sono presenti sulle liste di qualcun altro?

Se stiamo cercando contenuti fotografici o video, una delle prime questioni da chiarire è se si tratta o meno di materiale originale. Usando strumenti di ricerca inversa per immagini, quali TinEye o Google Images[^3], è possibile stabilire se è già apparso online. (Per maggiori dettagli sull’uso di questi strumenti, si rimanda il capitolo 4).

[^3]: Un giornalista dovrebbe sempre verificare con entrambi gli strumenti. A volte si scopre qualcosa con uno ma non con l’altro.

Pur se rare, talvolta ci s’imbatte in bufale costruite ad arte. Negli ultimi anni video- bufale relativamente innocue sono state prodotte da agenzie pubblicitarie in cerca di visibilità, o da prossimi laureandi. Non sono mancati i tentativi di creare deliberatamente contenuti falsi, in particolar modo in Siria e in Egitto, dove si cerca d’incolpare il “nemico” tramite materiale apparentemente credibile diffuso sui social media.

Le tecniche vanno dalla creazione di siti web fittizi ma quasi identici all’originale per rivendicare attentati terroristici, fino alla messa in atto di orrendi attacchi per poi affibbiarne la responsabilità alla parte avversa. Oggi la manipolazione è relativamente semplice, e che si tratti di Nancy Pelosi impegnata a fare una foto con tutte le donne del Congresso Usa, anche se qualcuna arriva in ritardo, oppure di un gruppo di ribelli siriani che condividono il video di un uomo che sembra bruciare vivo, qualsiasi giornalista od operatore umanitario dovrebbe sempre partire dal presupposto che tutti i contenuti realizzati dagli utenti siano fasulli. (Per ulteriori dettagli sulla verifica dei video, si rimanda al capitolo 5).

2. Confermare la fonte

 L’obiettivo più importante nella verifica dei contenuti prodotti dagli utenti è quello di individuare gli autori originari e mettersi in contatto con loro. Nello scambio che ne segue, il punto chiave è stabilire dove si trovava chi ha girato il video, cosa riusciva a vedere e il tipo di videocamera usata. (Questi dettagli ci forniscono informazioni essenziali per rispondere alla domanda chiave proposta nel capitolo precedente da Steve Buttry, ovvero «Come fai a saperlo?»)

Se qualcuno sta cercando di far circolare informazioni false, in maniera deliberata o meno, porre domande dirette spesso porta all’ammissione che non sono loro gli autori. È anche possibile fare controlli incrociati tra le risposte e i dati EXIF estraibili dalle immagini, oppure confrontando i video di una località specifico con le immagini di Google Street View, come spiegheremo in dettaglio nei capitoli successivi.

Prima di tutto bisogna comunque trovare chi ha realizzato e caricato quel materiale. Talvolta ciò può somigliare a una indagine investigativa vecchia maniera e probabilmente ci farà sentire più simili a uno ‘stalker’ che a un giornalista o a un ricercatore.

C’è chi inserisce dettagli personali sui proprio profili social, e un nome reale (specialmente se non troppo comune) può rivelarsi una miniera d’informazioni. Trascorrendo sempre più tempo sui vari social network, spesso si tende a ignorare che è possibile integrare fra loro tali dettagli per mettere a punto un significativo dossier personale. Un profilo YouTube con poche informazioni e il link a un sito web può bastare a un giornalista per trovare indirizzo, email e numero di telefono, per esempio tramite il servizio who.is.[^4]

 [^4]: Questi due post di Malachy Browne, redattore di Storyful, spiegano come è riuscito a risalire a due autori originali tramite le informazioni trovate sui social media: http://blog.storyful.com/2012/10/09/find-that-fireball-when-journalist-turns-stalker/

e

http://blog.storyful.com/2013/04/16/finding-facts-in-the-heat-of-the-moment/

3. Confermare la data

La data (e l’orario) di un video è una delle informazioni più complicate da verificare. Alcuni attivisti che ne sono ben consapevoli includono nei filmati un quotidiano con la data del giorno ben visibile. Non è certo a prova di bomba, ma se l’autore diventa conosciuto e affidabile rispetto a testate giornalistiche od organizzazioni umanitarie, questa è senz’altro un’informazione preziosa in più.

Attenzione: i video di YouTube sono contrassegnati in base al fuso orario del Pacifico [PST, nove ore in meno rispetto all’Italia, CET]. Motivo per cui a volte potrebbe sembrare che un video sia stato pubblicato addirittura prima dello stesso evento.

Un altro modo per confermare la data è ricorrere alle previsioni meteorologiche. Wolfram Alpha è un motore di ricerca che, tra le altre cose, permette di scoprire che tempo faceva in una certa zona in un giorno specifico. (Basta inserire una semplice frase tipo: «Che tempo faceva a Caracas il 24 settembre 2013», ovviamente in inglese: «What was the weather in Caracas on September 24, 2013») per avere la risposta giusta. È inoltre possibile combinare queste informazioni con i tweet e altri dati ripresi dalle previsioni meteo locali, o anche da altri file caricati dalla medesima località in quella stessa giornata.

4. Confermare la località

Soltanto una piccola parte dei contenuti online vengono geolocalizzati automaticamente, ma grazie ad apposite piattaforme (Google Maps, Google Earth, Wikimapia, ecc.) è possibile individuare la posizione video o foto-camera. Questo è uno dei primi passaggi da fare per verificare video e foto, e si rivelano incredibilmente efficaci

[^5]. Ovvio tuttavia che la geolocalizzazione si fa più complicata quando le mappe non sono aggiornate – come per esempio in Siria a causa della guerra e dei bombardamenti, oppure come a Long Island, a New York, dopo l’uragano Sandy.

[^5]: Si veda questo post sulla geolocalizzazione di un carro armato in Siria: http://blog.storyful.com/2013/03/13/the-changing-nature-of-conflict-and-technology/

Spesso gli attivisti, consapevoli dei problemi inerenti alla verifica delle fonti, fanno una foto panoramica prima o dopo aver registrato il video per identificare un edificio facile da individuare su una mappa, per esempio una torre, un minareto, una cattedrale, oppure un cartello stradale. Questa pratica si è diffusa tra gli attivisti grazie alle richieste in tal senso da parte delle testate giornalistiche [^6], ma anche perché gli stessi attivisti che si scambiano continuamente informazioni su come migliorare il lavoro sul campo quando si tratta di caricare contenuti auto-prodotti.

[^6]: Si veda la ricerca di Harkin a pagina 31.

La verifica come processo

Sfortunatamente, spesso si considera la verifica come una scelta binaria si/no: quel dato è stato verificato oppure non è lo stato.

In pratica, come descritto sopra e nei capitoli successivi, la verifica è un processo continuo. È relativamente raro che tutte le operazioni descritte portino a risposte chiare. Quella di pubblicare o meno certi materiali rimane quindi una decisione editoriale.

Due recenti studi accademici hanno analizzato il processo applicato nelle redazioni della BBC araba e di Al Jazeera. Il risultato è che, pur se le verifiche si fanno e sono considerate assolutamente necessarie, raramente i relativi esiti vengono condivisi con il pubblico.

Citando la conclusione di Juliette Harkin nel suo studio del 2012, «né la BBC araba né Al Jazeera menzionano esplicitamente in nessuno dei programmi o prodotti video che hanno proceduto a valutare se certe fonti fossero affidabili o meno. La classica frase in sovraimpressione “non è stato possibile verificare questo contenuto” era assente in tutti i programmi presi in considerazione per questo studio»[^7].

[^7]: Si veda la ricerca di Harkin a pagina 31.

Ultimamente si sono registrati dei miglioramenti rispetto alla trasparenza nei confronti del pubblico sulle verifiche compiute dai giornalisti sui contenuti prodotti dagli utenti per la produzione di notizie. L’Associated Press e la BBC sono impegnate a chiarire sempre meglio il processo di verifica interno; nell’agosto del 2013, la BBC spiegò che, a partire da un ampio studio sull’uso dei contenuti prodotti dagli utenti durante le primavere arabe, l’emittente aveva «adottato nuove regole per l’utilizzo di tali contenuti quando la verifica indipendente è impossibile», per poi informare i lettori al riguardo.

È probabile che nel giro di pochi anni emergerà una nuova grammatica della verifica, con il pubblico che vorrà essere tenuto al corrente sui dettagli dei contenuti prodotti dagli utenti e ripresi dai social media. Oggi che i lettori hanno accesso agli stessi materiali dei giornalisti e di altri che pescano dai social media, diventa anzi urgente arrivare a questo livello di trasparenza e affidabilità.

 

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