Daesh (ISIS) è spauracchio dietro il quale celare altri obiettivi.

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Daesh (ISIS) è uno spauracchio.

Gli approcci di Stati Uniti, Russia, Turchia, Gran Bretagna, Germania, Francia, Arabia Saudita, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Qatar e gli altri coinvolti nelle operazioni militari in Siria, Iraq, Yemen e Libia sono tattiche, più che vere e proprie strategie. Forse solo l’Iran ha una visione strategica, dietro la quale però infuria una battaglia nascosta, quella per le elezioni in cui le carte tattiche vengono giocate col fine di cristallizzare una visione strategica distinta da quella sostenuta attualmente dai vertici al potere a Teheran, rappresentati dall’ayatollah Ali Khamenei. 

Se in Iran sono in corso battaglie politiche, negli altri paesi arabi si combatte a livello militare. L’Arabia Saudita ha un disperato bisogno di definire la missione in Yemen perché deve lasciarsi alle spalle un paese in grado di recuperare e non un paese smembrato. La Russia deve evitare che la Siria diventi un pantano, mentre la Francia al momento ha un pacchetto di tattiche senza una strategia di fondo. La Gran Bretagna ha ammesso la sua mancanza di visione strategica quando ha visto la Russia bombardare i ribelli siriani, quei ribelli che Londra voleva lavorassero in tandem con i suoi attacchi arerei. Gli Stati Uniti sono bravi a nascondere la mancanza di strategie dietro una serie di tattiche fallimentari o stanno provando a far emergere una strategia da una serie di azioni in contrasto tra di loro. Inoltre, hanno scelto l’Iran come alleato silenzioso in Iraq pur sapendo che questo avrebbe acuito le tensioni settarie tra sciiti e sunniti in Iraq e minato l’entusiasmo dei paesi arabi che si erano uniti alla coalizione. Infine, la NATO non aveva una strategia quando si è sbarazzata di Gheddafi e non ce l’ha ora.

In Yemen, Al-Qaeda è in forte crescita e sta riconquistando i territori evacuati dagli Houthi. Questo perché Washington, che prima combatteva attivamente Al-Qaeda in Yemen, ora non è più interessato alla questione. E, invece, di autorizzare il governo legittimo a recuperare il controllo del territorio, la comunità internazionale sembra auspicare un maggiore coinvolgimento di Arabia Saudita e Paesi del Golfo in Yemen, cosa che impoverirebbe e indebolirebbe queste nazioni. Riprendere i negoziati promossi dall’inviato ONU Ismail Ould Cheikh Ahmed e concludere un accordo il più presto possibile sarebbe la pietra angolare di qualsiasi strategia di uscita ed è nell’interesse di Riyad, quale leader della coalizione araba, spingere per una soluzione politica. Ed è vantaggioso per tutti i paesi della coalizione araba fermare l’attrito che alcune potenze regionali e internazionali vorrebbero vedere continuare.

Il rapporto russo-saudita attualmente coinvolge sia lo Yemen che la Siria. Riyad ha bisogno di Mosca in Yemen, o per lo meno, ha bisogno che la Russia non intervenga o sostenga gli sforzi dell’Iran. Mosca ha bisogno di Riyad, che presto ospiterà una conferenza delle opposizioni nel tentativo di dare una spinta al processo di Vienna. La principale questione controversa tra i due paesi resta il “nodo Assad”, cioè il destino del presidente Bashar al-Assad nel futuro della Siria.

Se la Russia e l’Iran sono fiduciosi, allora Washington, Londra, Riyad, Ankara e Parigi benediranno la loro campagna per schiacciare l’opposizione siriana. E se queste capitali credono che gli attacchi di Mosca di Teheran sull’opposizione siriana possano pregiudicare i loro interessi, allora è bene che lo dicano chiaramente alla Russia e all’Iran. In caso contrario, l’impressione che Daesh (ISIS) sia uno spauracchio dietro il quale celare ben altri obiettivi verrà solo confermata.

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