Dal sionismo vi salvi Dio.

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Due settimane fa, il governo israeliano ha approvato la proposta di legge che vorrebbe “imporre nuove regole alle organizzazioni no-profit israeliane che ricevono fondi da governi esteri”.

La Transparency Bill costringerà le ONG che ricevono più di metà dei loro finanziamenti da governi esteri a specificarlo su tutte le pubblicazioni ufficiali, e a “fornire i dettagli dei finanziamenti in tutte le comunicazioni coi funzionari designati”.

Ai rappresentanti delle organizzazioni “potrebbe essere chiesto di indossare un cartellino di riconoscimento particolare durante le sedute della Knesset”. Le ONG che violeranno le disposizioni di legge potrebbero essere multate.

Tale mossa è arrivata alla fine di un anno durante il quale il vice ministro degli Esteri Tzipi Hotovely – attualmente, di fatto, diplomatico israeliano senior – ha chiesto alle controparti europee di “congelare i fondi alle organizzazioni di sinistra”. Nello stesso tempo, all’interno della Knesset vi è un supporto ancora maggiore perché siano prese misure più dure contro le organizzazioni “impegnate in attività considerate ostili per lo stato”.

La copertura mediatica di questa nuova legge da parte dell’occidente ha dimostrato ancora una volta il potere persistente del mito della ‘democrazia’ israeliana e, in parallelo, quanto poco peso venga invece dato, intenzionalmente o meno, a ciò che il colonialismo di Israele abbia significato per i Palestinesi. Un editoriale del The Washington Post del 2 gennaio ne fornisce un esempio illuminante ed istruttivo.

Il giornale ha impacchettato le proprie critiche alla nuova proposta di legge trasformandole in un inno a quella che ha chiamato la “ostinatamente libera società” di Israele e ai “valori fondamentali di uno stato democratico”.  Si tratta del fondamentale impegno israeliano per la libertà, dice il Post, che viene ora minacciato dalle leggi.

Questo quadro deriva tipicamente dalla crescente ostilità popolare e politica nei confronti delle ONG che incentrano il proprio lavoro sui diritti umani in Israele. Nel giugno scorso, ad esempio, un corrispondente della Reuters aveva descritto Israele come “un paese che ha tradizionalmente affrontato il dissenso di petto”, aggiungendo che “nel passato”, Israele è stato in grado di “mantenersi come un faro di accoglienza”, ed è stato famoso per il suo “pluralismo”.

Tali punti di vista vengono descritti come un dato di fatto, col parere del giornalista in contrapposizione a quello di un opinionista o di un politico, e dà l’idea di quel che sta accadendo, si è arrivati ad un critico punto morto da parte sia dei conservatori che dei liberali in occidente – l’esperienza dei Palestinesi.

Oggi, circa 4.750.000 Palestinesi vivono sotto assedio militare israeliano, protetti dagli stessi militari, circa 600.000 israeliani vivono segregati in colonie costruite su terreni espropriati.

In Cisgiordania, i coloni israeliani hanno fino ad ora votato in 14 elezioni della Knesset, quel che i Palestinesi, assieme ai quali vivono, non possono fare. I Palestinesi che protestano vengono uccisi o restano menomati dalle forze israeliane. I Palestinesi, compresi i bambini, vengono imprigionati dai tribunali militari israeliani, non dai tribunali civili.

Questo stato di cose, mantenuto tale da Israele per quasi mezzo secolo, non offusca i proclami israeliani di ‘democrazia’ e ‘pluralismo’?

I Palestinesi con cittadinanza, invece, sono soggetti a discriminazioni istituzionali su tutti i fronti – per la terra, per la casa, per l’educazione, per l’assistenza sociale, per la vita familiare e per il sistema criminale della giustizia. Infatti Israele ha usato la legge marziale contro i cittadini palestinesi per i primi diciotto anni dalla nascita dello stato (terminando l’anno precedente all’inizio dell’occupazione militare in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza).

Quindi, l’unico modo per cui una nuova legge che stigmatizza le libere ONG israeliane possa essere considerata quasi come una ‘minaccia’ senza precedenti alla ‘democrazia’ di Israele è possibile solo se si ignorano i suddetti crimini sul popolo palestinese – oppure se ritenete che le loro vite non valgano niente.

Di conseguenza, le aggressioni alle libertà civili e alla libera espressione degli israeliani – e degli ebrei israeliani in particolare – sono responsabili del danneggiamento dell’immagine di Israele in occidente in misura maggiore rispetto a quanto facciano i bambini palestinesi incarcerati, i bombardamenti con droni su Gaza o l’espansione delle colonie in Cisgiordania.

Alcuni degli amici di Israele sanno questo. Il German-Israeli Parliamentary Friendship Group del Parlamento tedesco ha avvertito Benjamin Netanyahu che una legge per la restrizione delle attività delle ONG per i diritti umani potrebbe “rendere difficile… l’aiuto ad Israele per il contrasto ai boicottaggi ed ai tentativi di delegittimazione”.

Un funzionario del New Israel Fund ha, allo stesso modo, espresso la propria preoccupazione per il fatto che “i segnali inviati dalla arrogante sfida del governo e della supposta condivisione dei valori democratici” non fa altro che “danneggiare ulteriormente la posizione internazionale di Israele” – ed in un momento nel quale “le relazioni di Israele con i suoi partner più importanti, gli Stati Uniti e l’Unione Europea, sono già traballanti”.

Molti di coloro che cercano di minare la campagna per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni (BDS) puntano sulle ONG israeliane come prova della robusta democrazia del paese e della capacità di un cambio interno. Ma, come un attivista pro-Israele ha affermato, “se non esiste una comunità di ONG, o coloro che supportano questa stampa libera vengono diffamati, quale democrazia difenderanno questi alleati?”

Nel 1968, lo studioso e scienziato Yeshayahu Leibowitz scrisse quello che è divenuto un famoso saggio, nel quale esortava Israele a cedere immediatamente il controllo della neo-conquistata Cisgiordania e della Striscia di Gaza. Perchè? Perché “uno stato che domina una popolazione ostile… diverrebbe necessariamente uno stato di polizia segreta, con tutto quel che implica per l’educazione, la libertà di parola e le istituzioni democratiche”.

Per i Palestinesi, Israele ha sempre significato pulizia etnica, dittatura militare, segregazione e discriminazione. Come disse una volta Ahmed Tibi, Israele è “Ebraico e democratico: democratico con gli ebrei ed ebraico con gli arabi” – e per molti in occidente, questo è stato proprio un bene.

Pertanto, in quella che è l’ennesima riflessione su un razzismo anti-Palestinese, potrebbe essersi trattato di un restringimento dello spazio democratico per gli israeliani che alla fine ha persuaso gli alleati politici occidentali del paese a dire ‘enough is enough’ (quando è troppo è troppo ndt), poiché un’ansia privata è divenuta pubblica e l’opposizione ai boicottaggi si è inaridita.

 

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