Hajj al-Baklizi racconta i giorni della Nakba ai suoi nipoti

PALESTINA 8

Hajj Mustafa al-Baklizi va per i 90 anni e i suoi occhi sono ancora rivolti verso il villaggio di Zarine da dove fu cacciato durante la Nakba (la tragedia del 1948).

Sulla soglia di casa, in una stradina del campo dei rifugiati palestinesi di Jenin e di fronte ai suoi otto figli e 35 nipoti, tra maschi e femmine, hajj Mustafa racconta le storie della Nakba. Non si stanca di ripetere: “Ovviamente, ci ritorneremo”.

Nonostante la scena palestinese si sposti da un problema ad un altro, Hajj Mustafa non abbandona il sogno di tornare al suo villaggio, sogno cominciato già dalla partenza.

Si presenta come hajj Mustafa Said Youssef Balkizi, originario del villaggio di Zarine, nel dipartimento di Haifa, nato il 3 giugno 1932.

Il villaggio di Zarine era conosciuto per le  coltivazioni di mais, lenticchie e grano. “L’agricoltura era la nostra fonte di vita. I  prodotti venivano esportati a Nablus”, racconta hajj Mustafa.

Il villaggio di Zarine

Zarine era un villaggio molto solido, dal punto di vista sociale. L’amore degli altri regnava sui suoi 1500 abitanti e sui suoi vasti terreni fertili, quale “la Sposa del paese di Harithi”, un nome che si ripete nei racconti della regione.

Hajj Mustafa ricorda la scuola del centro del villaggio: “Studiavamo su pezzi di stoffa che arredavano lo stesso pavimento. Ho studiato lì per quattro anni”.

Hajj Mustafa non dimentica di menzionare che le feste di matrimonio prima della Nakba erano tutt’altra cosa. Gli uomini raccoglievano erbe per farne un gran fuoco attorno al quale tutti gli abitanti del villaggio si potessero raccogliere per celebrare il matrimonio.

Gli uomini sgozzavano un gran numero di pecore; le donne le preparavano affinché tutto il villaggio potesse mangiare.

Si chiedeva la mano della ragazza alla sua famiglia. Veniva fatto tutto in pubblico. La dote consisteva in una decina di animali o una ventina di libbre palestinesi (moneta dell’epoca).

Il contratto di matrimonio era spesso orale, una parola d’onore. La gente aveva l’animo puro e si fidava dei suoi simili. L’uomo metteva la mano sui suoi baffi, un gesto che aveva più valore di un “timbro ufficiale”, prosegue.

La resistenza

Hajj Mustafa non dimentica la resistenza prima della Nakba. Si ricorda di un caso particolare: “C’è stato un partigiano palestinese, membro dell’esercito di salvataggio, originario della città di Jaffa, chiamato Mohammed Toja. Ha messo delle mine sulla strada tra al-Afoula e al-Jisr. E all’uscita dei bus della zona orientale del villaggio, i quali trasportavano operai ebrei, ha aperto il fuoco, fatto esplodere la mina, lanciato granate, ucciso gli ebrei e preso due dei loro fucili”.

Qualche giorno dopo, sotto la luce della luna, gli ebrei cominciarono a bombardare il villaggio. L’esercito di salvataggio vietò alla popolazione di lasciare le proprie case.

Poi cominciarono gli scontri a fuoco. Le donne iniziarono a gridare per incoraggiare i partigiani palestinesi. La battaglia continuò fino al mattino successivo.

Fame e spostamenti

E per quanto riguarda l’esilio, hajj al-Balkizi racconta come abbiano camminato, giorno e notte, fino alla città di Jenin, quindici giorni, senza nulla da poter mettere sotto i denti.

Quindici giorni dopo, gli ebrei attaccarono Jenin. Ma l’esercito iracheno condusse un contrattacco. Li uccise e prese le loro armi, e poi ripulì Jenin.

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