Lecita laicità, illusione tra religione e politica.

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Potrebbe sembrare irrazionale o illogico affermare che l’Islam (usato da ISIS come alibi) sia stato strumentalizzato dalla politica e dalla lotta per il potere o che, quando il profeta ha esalato il suo ultimo respiro, l’Islam fosse molto vicino al concetto di laicità, ma ai musulmani non rimane altra verità, poiché la laicità è un fattore fondamentale per permettere il ritorno della religione alla spiritualità e alla sua essenza sacra, dopo aver immerso i suoi predicatori nel fango del profano e del sacrilego uso politico.

Nonostante il forte collegamento dell’espressione laicità con la religione cristiana e la civiltà occidentale, chiunque legga il libro “Eresie” di George Tarabishi scoprirà che l’Islam è più vicino alla laicità del cristianesimo, sia nella storia che nell’utilizzo del termine stesso, malgrado l’esistenza di un gruppo di pensatori nazionalisti e islamisti che la rifiutava e la riteneva un’intrusa distruttrice dei loro antichi valori.

La religione cristiana è rimasta per circa tre secoli lontana dalle battaglie terrene, e la spiritualità si è conservata nell’essenza della rivelazione fino al 325 d.C, quando l’imperatore romano Costantino abbracciò il cristianesimo, e fino a che nel 380 divenne la religione ufficiale dell’impero per mano dell’imperatore Teodosio I.

Da allora è stata un mezzo di sfruttamento nelle mani dei governanti e dei politici che praticavano,sotto la copertura religiosa, i peggior tipi di violenza e persecuzione.

Il periodo di tempo impiegato per il coinvolgimento del cristianesimo nelle faccende politiche e la vita sociale, è stato molto più lungo del periodo impiegato dall’Islam per  trasformarsi in qualcosa di simile. Non c’è separazione tra il discorso spirituale e il discorso politico nella religione islamica.

Il giorno della morte del profeta si è formato un nuovo calendario su cui si sono fondate le lotte politiche che sono in atto ancora oggi. I poteri che si sono susseguiti hanno sfruttato la morte del profeta e hanno praticato ciò che ha praticato lo stato, in nome del cristianesimo, in Occidente.

“Date a Cesare quello che è di Cesare, e a Dio quello che è di Dio” è diventato lo slogan per fare accettare al popolo la doppia tassazione. La decima come “donazione alla chiesa”, e le tasse come “finanziamento per opere pubbliche” all’imperatore, al re e infine al governo.

L’islam non è nemico della laicità, anzi lo Stato, anticamente e recentemente, ha tentato di adottare questo concetto che in realtà affonda le sue radici nella civiltà islamica sia come espressione teorica che come pratica operativa. L’espressione “laicità” è infatti riscontrabile nei libri risalenti al quarto secolo dell’Egira, come in “Lampo d’intelletto” del vescovo copto Severo Ibn al-Muqaffa, dove questo termine viene utilizzato senza spiegazioni, testimoniando come il suo utilizzo fosse già diffuso addirittura prima del quarto secolo.

Da un punto di vista applicativo, l’invito di Asmai a separare la religione dalla politica, nel secondo secolo dell’Egira, ha dato vita ad un nucleo di laicità che non può essere trascurato.

Si evince quindi che il rifiuto della laicità da parte dello Stato, nella maggior parte dei casi, non è altro che il bisogno di quest’ultimo di rinsaldare il suo potere, e deriva dalla necessità di una copertura religiosa per giustificare gli interessi condivisi, che Stato e religione hanno nella conservazione del loro governo sulle spalle degli schiavi.

Tutto il resto è storia, scritta da chi governa per illudere i suoi sudditi.

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