Libia: guerra con “vuoto a perdere”

Libia: guerra con "vuoto a perdere"

Libia: guerra con “vuoto a perdere”

I giovani della rivoluzione uniti in piazza il 17 febbraio 2011 dal grido di libertà di certo non si sarebbero aspettati un Paese invaso da milizie armate e diviso al suo interno, pronto a tutto meno che a garantire pace e sicurezza ad una nazione oppressa e desiderosa di libertà per più di quattro decadi. O peggio, quei giovani di certo non avrebbero immaginato che il terrorismo avanzasse sul proprio territorio. 

Era risaputo che la caduta del regime per mano dei bombardamenti della NATO non avrebbe garantito sicurezza al Paese così facilmente, come non sarebbe stato possibile ricostruire una nuova Libia senza perdite umane e materiali. I libici conoscevano le difficoltà che li attendeva. Per più di quarant’anni sotto il regime di Gheddafi, il popolo ha sofferto per la mancanza di integrazione nazionale o di senso di condivisione che avrebbe permesso loro di crescere negli affari pubblici. Al contrario, proprio la negazione di indipendenza o di senso di costruzione congiunta ha portato alla scissione della Libia in due parlamenti, due governi, e in più di due eserciti, mostrando al contempo la debolezza della comunità internazionale dinanzi al dilagare di una guerra civile, al pari di quanto accade oggi in Siria e Iraq.

La Libia è stata lasciata nel dimenticatoio. Ci si è affacciati ad essa solo dopo l’espansione di Daesh (ISIS) che ha conquistato circa un quarto del territorio. In un tal contesto, e soprattutto in seguito all’attacco terroristico nella capitale francese, Parigi, la comunità internazionale ha deciso di premere sulla Libia prima che sia troppo tardi e di agire nell’interesse nazionale.

A tal fine, abbiamo assistito alla riunione di Tunisi lo scorso 14 dicembre, dove si è raggiunto un accordo volto a porre fine al conflitto tra le parti di opposizione in Libia. A seguire, la conferenza di Roma che ha riunito quaranta Paesi per discutere – come riportato dal ministro degli Esteri e della Cooperazione Internazionale italiano, Poalo Gentiloni – della crisi tanto in Libia quanto nel Mediterraneo, del pericolo terrorista, e della questione migratoria tra le due sponde.

La guerra oggi risuona da più parti e spinge alla penetrazione militare per sconfiggere Daesh in modo da restituire sicurezza alla Libia e trovare un accordo tra le parti in conflitto, così da permettere la fondazione di nuove istituzioni internazionali. Tale intento emerge soprattutto da parte francese, più delle altre interessata dal fenomeno terrorista, e condivisa da alcuni Paesi arabi, in particolare Emirati Arabi Uniti e Egitto. Questi ultimi, infatti, non hanno esitato a manifestare pubblicamente il loro favore ad un’operazione militare in Libia.

Tutto fa pensare che gli eventi in Libia si muovono con rapidità al passo con la minaccia di istituzione dell’emirato di Abu Bakr al-Baghdadi per mano di Daesh. La realtà dei fatti mostra una Libia ancora in preda a divisionismo tribale e regionalismo, immatura nel campo politico e culturale.

Alla luce di quanto esposto, è necessario dunque ascoltare il grido della popolazione che ha bisogno del supporto internazionale per combattere Daesh, evitando però di trasformare il Paese in un cimitero dove seppellire ogni speranza di formazione di una nuova Libia. È necessario permettere ai giovani della rivoluzione di raccogliere i frutti di libertà e di una vita dignitosa.

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