Rio 2016: lo sport NON ti rende libera.

16 GIUGNOCome mai media, figure politiche, cittadini che hanno etichettato come retrogrado l’islam, per l’imposizione del velo alle atlete, non hanno battuto ciglio sulle pesanti discriminazioni delle atlete italiane?

Come mai media, populisti politici, cittadini che ritengono il burkini in spiaggia una cosa da vietare, ma non battono ciglio sull’uso commerciale del corpo delle donne?

Come mai si spaccia un “divieto imposto” come una “liberazione delle donne musulmane”?

Come mai chi 10 anni prima chiamava i vigili, vedendo un topless in spiaggia, oggi “si scandalizza” vedendo un burkini sulla stessa spiaggia?

Troppe domande a cui nessuno vuole dare le risposte…

forse perché la risposta è una sola !!

Nel mercato consumistico tutto è una merce da commercializzare, non solo il corpo femminile ma anche il pensiero umano. E noi consumatori, assuefatti ai proclami di teleimbonitori dell’ultima ora, siamo pronti a fare nostre tutte le merci e ideologie propagandate, costi quel che costi, anche senza averne alcun bisogno o utilità. Ci riempiamo la casa e la testa di cose nocive per la nostra stessa sopravvivenza, ma siamo felici per quello che “abbiamo”, dimenticando quello che “siamo”?

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Tra media che parlano delle atlete come se fosse una gara di Miss Bikini, il nodo più dolente è quello del regolamento italiano del CONI che non garantisce alle atlete di essere professioniste come i loro colleghi maschi e di avere stessi diritti.

Un caso più che unico in Europa, una situazione paragonabile grosso modo proprio ai paesi che l’Italia vede con sospetto e inferiorità. 

Le donne di molti paesi arabi non possono praticare attività sportive, tanto che non esistono nemmeno palestre per donne e l’educazione fisica nelle scuole così come andare in bicicletta sono reato o poco consone per una donna per bene. A causa di ciò l’obesità femminile, malattie e mortalità precoce sono emergenze sociali dal punto di vista sanitario proprio a causa della sedentarietà imposta alle donne.

Poi c’è la situazione italiana.

Qui le donne non vivono delle stesse privazioni delle donne di molti paesi musulmani. Possiamo praticare sport amatoriale o agonistico. Tuttavia però, le bambine e le donne italiane non vengono incoraggiate da scuole, parrocchie e famiglie a praticare attività sportive. Meno attive dei maschi, complici stereotipi di genere duri a morire che escludono le femmine dal praticare molti sport, perché “da maschi”.

Per gli sport considerati più maschili i numeri sono ancora, ovviamente, favore degli uomini, ma davvero basta? Consideriamo la situazione del calcio in Italia, dove la presenza di giocatrici è esigua: solo 22.564 contro 1.087.244 uomini (dati Figc 2016). Ma dal 2010 il numero delle donne tesserate è in costante crescita, +5% annuo, contro il crescente disamore del dilettantismo maschile, che negli ultimi 6 anni ha perso circa il 17%.
 
“Da quando ho iniziato a lavorare non è cambiato molto e le disparità sono rimaste le stesse”, conferma Donatella Scarnati, voce storica della Rai che dal 1978 segue il calcio per la tv pubblica. Nella sua lunga carriera che l’ha portata ai vertici di Rai Sport, dove ora è vice direttore, ha dovuto affrontare spesso la questione del dilettantismo: “Il problema è più ampio direi. Sui campi da calcio, come nelle cabine di regia, le donne sono ancora viste come mosche bianche. Se c’è maschilismo? Purtroppo sì, ma questo è un problema che riguarda un po’ tutto il mondo del lavoro”.

Le numerose battute rivolte alle donne calciatrici, identificate come “lesbiche”, sono rappresentative di una mentalità maschilista che ostacola le donne nel l’avvicinamento allo sport ma anche da parte dei dirigenti di elargire loro gli stessi diritti dei colleghi.  

“Non bisogna più dare soldi a queste quatto lesbiche”(Belloli). Si parlava appunto dei compensi alle giocatrici di calcio femminile. 

La frase citata ha suscitato molto scalpore ma di fatto niente è stato fatto per sanare una situazione unica in Europa. 

Dopo queste dichiarazioni, sul web è nata, circa un anno fa, una petizione che chiedeva al CONI di porre fine a questo vecchio regolamento. Ma la petizione non ha avuto molto successo. Totale indifferenza. In clima di Olimpiadi, le giocatrici di “All Reds Rugby Roma“, autrici della petizione, hanno fatto sapere che:

“Ciao Barbara,

Sai che molte campionesse olimpiche italiane sono considerate “dilettanti” per regolamento? Sì, perché alle atlete azzurre, a differenza dei colleghi uomini, non è riconosciuto in Italia lo status di “professioniste”. E questo comporta, tra le altre cose, anche svariati disagi a livello di previdenza sociale, assistenza sanitaria e trattamento pensionistico. Il Coni può cambiare le cose, permettendo che anche le donne nello sport abbiano il riconoscimento che meritano”

Ad un anno di distanza non c’è stata alcuna risposta né da parte del CONI né da parte di nessuna istituzione politica a riprova del fatto che in fondo non è cosi grave perché nessuno ci vieta di giocare, nessuno ci impone l’hijab.

Lo scandalo delle clausole anti-mamma
In questa vicenda, quello della maternità è in realtà un nervo scoperto, visto che la pratica di pretendere dalle atlete la firma di “clausole anti-gravidanza” non è stata ancora debellata. “Non sono poche le denunce delle atlete a riguardo – dice Luisa Rizzitelli di Assist, il sindacato delle sportive – In molte sono costrette a sottoscrivere scritture private in cui si vieta esplicitamente di rimanere incinta, pena l’espulsione immediata dalla società e il rischio non poter più tornare a gareggiare”.
 
Sullo stesso chiodo batte anche la Idem: “Esiste tutto un sommerso di cui veniamo a conoscenza solo quando la gravidanza viene portata avanti. Io ho fatto le Olimpiadi incinta e da puerpera e per non saltare le gare ho messo in piedi un’organizzazione molto articolata, perché c’è un vuoto di norme. Il Coni dà delle direttive per quanto riguarda la maternità delle atlete, ma solo poche federazioni le hanno recepite, ad esempio congelando il ranking nel periodo in cui un’atleta è ferma per gravidanza o maternità”. Il caso di cronaca più recente è quello di Nikoleta Stefanova, campionessa italiana di tennis tavolo, che per essersi assentata dai ritiri previsti dalla Federazione italiana tennis tavolo in seguito alla maternità ha subito l’esclusione dalle Olimpiadi di Rio. Con il risultato che l’Italia non avrà atleti in gara per questa disciplina.

Risolvere il problema non si presenta però affatto facile. Sono in molti a credere che il sistema sportivo, per come è oggi strutturato, non avrebbe le risorse necessarie per garantire un contratto per tutti. Il professionismo porta con sé oneri a volte insostenibili per le piccole società sportive, che però al momento sono aggirati con pagamenti fuori busta, spesso spacciati per rimborsi spesa. Secondo Luisa Rizzitelli il nodo è proprio quello del non considerare lavoro quello che invece lo è di fatto: “Pagare o meno i contributi non è una questione di genere femminile o maschile. Questo vale per tutti e non può essere lasciato a discrezione di chi gestisce le società”.

Come avviene in molti altri campi, anche il ritardo italiano nelle “pari opportunità sportive” può essere misurato sulle indicazioni che arrivano dall’Europa. Risale infatti al lontano 2003 una risoluzione con cui il Parlamento di Strasburgo chiedeva agli Stati membri; di assicurare alle donne pari accesso alla pratica sportiva; sostenere lo sport femminile, sollecitando a sopprimere la distinzione fra pratiche maschili e femminili nelle discipline ad alto livello; di garantire, da parte delle federazioni sportive nazionali, gli stessi diritti in termini di reddito, di condizioni di supporto e di allenamento, di accesso alle competizioni, di protezione sociale e di formazione professionale, nonché di reinserimento sociale attivo al termine delle carriere sportive. Gli Stati membri e le autorità di tutela venivano sollecitate infine a condizionare la propria autorizzazione e il sovvenzionamento delle associazioni sportive a disposizioni statutarie che garantiscano una rappresentanza equilibrata delle donne e degli uomini a tutti i livelli e per tutte le cariche decisionali.

Parole al vento, come abbiamo visto, ma una volta tanto siamo in buona compagnia.

E intanto… scateniamo battaglia con le tastiere sul vietare o meno il burkini per “rendere libere” le donne??

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(NICOVENDOME55)

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